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Tourist Guide

FAVIGNANA: L’ISOLA DELLA PIETRA DOLCE

Fin da tempi remoti, l’isola di Favignana è stata scavata in lungo e in largo per estrarre la Calcarenite (pietra porosa chia­mata impropriamente Tufo). Grazie alla durezza, compat­tezza e duttilità ottimali per l’edilizia, tutto il centro abitato e buona parte del lato orienta­le dell’Isola, sono stati scavati per esportare questo materiale in diverse località del Mediter­raneo. La produzione di “cantu­na” (conci di calcarenite) è sta­ta una tra le attività più antiche e tipiche di Favignana; Essa rappresentava l’unica fonte continua di lavoro per gli abi­tanti dell’isola, non soltanto per i “Pirriaturi” (così venivano chia­mati i cavatori) ma anche per trasportatori sull’isola, con le barche per la terra ferma, can­tieri edili, artigiani. Curioso è il perché i conci di tufo ( di dimen­sioni prestabilite di 25 x 25 x 50 cm) venissero chiamati “Cantu­na”. E’ utile, al fine di spiegare ciò, chiarire che, specie con le antiche tecniche d’estrazione, scolpiti con attrezzi a mano, ap­pesi alle pareti di cava, i conci di tufo non risultavano tutti ido­nei all’utilizzo nell’edilizia; infat­ti, a volte potevano essere le­sionati internamente. Pertanto, l’unico modo per controllarne la bontà, era dare un colpetto con un attrezzo di ferro e ascol­tare il rumore che questo colpo emetteva. Se questo rumore era tonfo, privo di vibrazioni, il concio era da scartare, mentre se il suono era un tintinnio ar­monico, come a sembrare un canto, il concio era promosso ad essere un “Cantuni”! Tale at­tività ha modificato la morfolo­gia del territorio, dando vita ad un’architettura unica al mondo nell’adattare archi e volte in condizioni sempre diverse e dalle configurazioni mai ugua­li tra di loro (architettura dello “scava e riempi”). Il retaggio culturale legato alle Cave di Calcarenite è un patrimonio di inestimabile valore storico. Non sempre viene tenuto in degna considerazione, ma esistono delle eccezioni fatte da per­sone che ne hanno salvato la ricchezza e che, oltre a portarle all’attenzione dei visitatori, ne hanno fatto, ancora una volta, un lavoro per se e per gli altri. Primo tra tutti, ad unire creativi­tà e pietra sull’isola, è stato Ro­sario Santamaria, conosciuto come “u Zu Sarino”, definito un eccentrico artista autodidatta. Egli conosceva bene la Calca­renitre, in quanto da giovane aveva lavorato nelle cave di Favignana. Con grande abilità riusciva a trasformare blocchi di tufo in teste suggestive ed espressive. Il suo “laboratorio” era il porto, dove lo si vedeva sempre intento a lavorare. Con le sue opere divenne uno dei personaggi più caratteristici di Favignana. È scomparso nel 1992, la sua “eredità artistica” è stata raccolta da un altro artista autodidatta, il maestro Antonino Campo, che continua tutt’oggi. La calcarenite ha sempre avuto un alone di mistero misto a ma­gia, almeno a quanto ci è stato tramandato dai cavatori di pie­tra, i quali le conferivano pro­prietà miracolse, donando loro forza e vigore; inoltre veniva utilizzata anche per le sue pro­prietà curative. La “Sabbia ma­gica di Favignana”, come ogni leggenda, ha un fondo di verità. Infatti ha proprietà curative se usata come antiemorragico.

a cura di Enzo Campo

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