Il mistero dei sesi di Pantelleria

Tesi ortodosse e ipotesi suggestive

Pantelleria, l’isola nata dal fuoco, posta al centro del Canale di Sicilia come fosse l’ombelico del Mediterraneo, è il risultato di antichi e complessi processi geologici che nel corso dei millenni ne hanno fatto un assoluto unicum. La sua origine vulcanica è apprezzabile in primis dalla sua geomorfologia e dalla massiva presenza dell’ossidiana, una roccia nera e brillante dall’aspetto vetroso, frutto dell’eruzione violenta di un vulcano sottomarino che l’ha generata, dando alla luce nel suo climax l’antica Cossyra. Così l’isola di Pantelleria era chiamata dai greci e qui i fenici nel IX secolo a.C. fondarono una loro colonia, per mantenere stabili i contatti commerciali con la vicina Cartagine, i cui resti sono ancora visibili sulle colline di San Marco e Santa Teresa. Al periodo di influenza fenicia seguì ben presto quello della dominazione punica, che ha lasciato su buona parte del territorio isolano centinaia di cisterne costruite per la raccolta dell’acqua. Nel corso del III sec a.C. poi, durante il periodo delle cruente guerre puniche, Pantelleria divenne preda dell’espansione egemonica dell’impero romano e l’anno 217 a.C. ne segna cronologicamente la sua conquista. Sono prova dell’importante impulso romano volto a costituire nell’isola un’importante e fiorente economia, i reperti archeologici dei tre busti in marmo raffiguranti i personaggi di Cesare, Tito e Antonia minore. Ma la storia e l’origine degli insediamenti dell’isola di Pantelleria è ancora più antica e misteriosa, in questa retrospettiva caleidoscopica dei popoli che l’abitarono è, infatti, possibile risalire indietro nel tempo fino al periodo neolitico, cioè intorno al V millennio a.C. Per quest’epoca remota si deve necessariamente parlare delle popolazioni che abitavano le regioni della Siria settentrionale e dell’Anatolia meridionale, queste genti erano note per essere degli abili naviganti. Archeologi come Luigi Bernabò Brea suppongono, in tal senso, che proprio i popoli neolitici dell’Anatolia abbiano potuto attraversare il Mediterraneo navigando sotto costa per raggiungere prima le coste africane della Tunisia e quindi da lì, partendo presumibilmente dalle coste tunisine della città di Kelibia, approdare all’isola di Pantelleria 5000 anni orsono. Pare incredibile, ma le testimonianze materiali sull’arrivo di antichi popoli sul suolo dell’antica Cossyra può spingersi fino al periodo eneolitico, III millennio a.C.; in questo periodo la storia si confonde con la preistoria e non è facile riuscire a produrre prove certe di quanto si può affermare. Appare ad ogni modo certo che la presenza dell’ossidiana pantesca, ritrovata in antichissimi siti siciliani e nell’isola di Malta, porterebbe a pensare che l’isola di Pantelleria e la sua preziosa ossidiana fosse già allora conosciuta da quegli antichi popoli che avevano raggiunto notevoli doti di abilità marinaresche. Restando su un terreno più concreto, possiamo dire con certezza che le più antiche testimonianze tangibili della presenza umana sull’isola risalgono all’età del bronzo, cioè intorno al II millennio a.C., per quest’epoca si possono ancora ammirare i resti del villaggio fortificato di Mursia e quelli della sua vicina necropoli, costituita dai resti di misteriose strutture in pietra note come “sesi”. Il termine sesi con cui si indicano queste strutture megalitiche deriva dal nome del popolo che qui le costruì, i sesioti, un antico e misterioso popolo proveniente dalla Libia, o che in ogni caso proveniva dalle terre del Mediterraneo orientale. I sesioti giunsero a Pantelleria 5000 anni fa, sbarcando nella località di Mursia, nella località di Cimillia costruirono un villaggio posto a strapiombo sul mare, protetto da un enorme muro detto il “muro alto”, lungo circa 210 metri, che ha uno spessore alla base di circa 10 metri e che è alto 8 metri; queste imponenti dimensioni ne fanno la più grande costruzione muraria antica di tutto il Mediterraneo. I sesi invece, queste 58 strutture megalitiche a forma emisferica composte al loro interno da 12 cunicoli chiamati “thelos”, i quali conducono ognuno ad una cella funeraria di forma circolare, sono stati considerati dai più illustri archeologi siciliani, Sebastiano Tusa e il già citato Luigi Bernabò Brea, come “tumuli sepolcrali a terrazze”. Dunque, delle semplici strutture funerarie verrebbe da pensare, simili ad altre strutture mediterranee a torre, come quelle dei Nuraghi sardi; ma la particolarità della loro struttura ad occhi più attenti ne rivela invero un aspetto simbolico ed una funzione specifica a cui a tutta prima non parrebbe potersi riferire. I sesi, tra cui il più noto detto il “sese del re”, per le sue maggiori dimensioni, sarebbero in realtà ben altro da semplici tombe, studi più recenti avanzano, infatti, l’ipotesi che i sesi fossero, oltre che delle strutture funerarie, dei luoghi sacri atti ad un culto astrologico e divinatorio, come sostiene lo studioso Pino Correnti. Ciò si può comprendere appieno ammettendo che i dodici cunicoli posti all’interno dei sesi abbiano una stretta correlazione con le dodici costellazioni note, e che i corpi dei defunti posti all’interno delle celle funerarie fossero quindi lì disposti secondo il proprio segno astrologico. Altri suggestivi elementi da tenere in considerazione sono la crescente e proporzionale differenza di altezza delle porte di accesso che dai cunicoli conducono alle dodici celle, ed il perfetto allineamento est/ovest del diametro maggiore dell’emisfera interna del sese del re e ancora l’allineamento nord/sud dell’emisfera minore dello stesso.

Ora, in questa particolare chiave di lettura, se si può dire che le variazioni di altezza delle dodici porte di accesso alle celle sepolcrali siano riferibili allegoricamente alle fasi discendenti e ascendenti del nostro sole in rapporto alle dodici fasi del ciclo lunare con le quali si misurerebbero, i sesi, ed in particolare il sese del re, potrebbero costituire nientedimeno che dei calendari astronomici lunisolari costruiti sulla viva pietra da questo misterioso popolo dei sesioti. L’ipotesi in questione pare in sé difficile da comprovare, ma non impossibile da sostenere, se si considerano le numerose strutture megalitiche dell’antichità, come la famosa Stonenghe, le quali rivelano a noi posteri di queste antiche e sapienti civiltà la loro ineguagliabile conoscenza astronomica e matematica e la loro straordinaria spiritualità che ancora le ammanta di un profondo e suggestivo mistero.

a cura di Di Marco Michele

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Autore dell'articolo: Redazione

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