Il mistero del Neanderthal a Paceco

L’Homo neanderthalensis, comunemente detto Uomo di Neanderthal, più correttamente Uomo di Neandertal, è un ominide vissuto nel paleolitico medio, un periodo compreso tra i 200.000 e i 40.000 anni fa.

Per un certo periodo, alla fine della sua esistenza, questo antico antenato dell’uomo moderno ha convissuto e probabilmente è venuto in contatto con lo stesso Homo Sapiens.

Il nome composito Neander-tal, relativo a questa specie di Homo, ha le sue origini in una curiosa coincidenza di fatti.

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Neander, che è oggi il nome di una valle tedesca sita nei pressi di Düsseldorf, è la traduzione in greco antico del nome Neumann (Joachim Neumann fu un compositore tedesco a cui i concittadini vollero dedicare con un omaggio toponomastico questa piccola valle), e dal termine “tal”, che significa, appunto, valle.

La curiosità etimologica legata al nome Neandertal, consiste nel fatto che Neumann, (il nome originale del compositore a cui fu dedicata la valle di Neander) in tedesco significa “uomo nuovo”, in questo senso, la relazione associativa del nome Neander, con il termine tal, valle in tedesco, venne a definire, anteriormente alla scoperta del 1856 dei primi resti fossili di questo ominide, un nome: Neander-tal, che tradotto per intero significava: “valle dell’uomo nuovo”.

Questo nome composto, quindi, descrivendo un luogo che portava il nome di un uomo, anticipava per uno strano scherzo del destino questa fondamentale futura scoperta paleontologica.

Alla luce di quanto detto, appare come un dato accertato che la Germania ed in genere l’Europa Centrale e occidentale siano stati la patria di questo antenato dell’uomo moderno, i suoi ritrovamenti si sono attestati, infatti, più nel continente europeo che non in quello africano. paceco_preistoria_3

Una scoperta relativa all’analisi del genoma dell’uomo di Neandertal, che si lega a questi dati paleoetnologici sulla sua distribuzione in Europa, ha accertato che i resti degli esemplari rinvenuti condividono più varianti genetiche con individui non-africani, piuttosto che con gli stessi tipi africani, da cui si sarebbero originate le principali specie di homo preistorico.

Ciò supporta l’ipotesi scientifica che l’incrocio tra i Neandertal e gli uomini moderni sia avvenuto dopo che questi ultimi siano fuoriusciti dell’Africa, e in secondo luogo che la struttura genetica delle popolazioni degli antenati di Neandertal e di quelli degli esseri umani moderni dovevano essere in parte simili.

Ora, venendo all’Italia e alla Sicilia in particolare, si deve dire che i resti fossili di Neandertal, sono stati rinvenuti in quasi tutto il territorio nazionale, ma non vi sono stati ritrovamenti importanti in Sicilia, a parte il discusso ritrovamento dei resti di una donna neandertaliana nei pressi di Agrigento, ragion per cui l’ambiente scientifico e accademico, in assenza di “prove” scientifiche, tende a trascurare e sottovalutare la provenienza dei Neandertal in Sicilia, anche quando dovesse trattarsi soltanto di materiale risalente al periodo di un suo probabile passaggio nell’Isola.

Vi è da dire però che nel territorio della provincia di Trapani, nelle campagne di Paceco, nei pressi del torrente Baiata, nelle zone comprese tra Malummèri e Sciarotta, nel 1951, furono rinvenuti, oltre al copioso materiale risalente al paleolitico superiore, alcuni manufatti attribuibili proprio all’Uomo dì Neandertal.

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Nel dettaglio ci si riferisce alla punta triangolare di una selce bianca e rossa, dalle evidenti caratteristiche tipiche della “tecnica levalloisiana”, una lavorazione ampiamente in uso nel periodo “musteriano” che va dai 60.000 ai 35.000 anni fa, eseguita magistralmente dal suo protagonista, l’Uomo di Neandertal.

Questa sofisticata tecnica di lavorazione della pietra permetteva di staccare schegge di forma predeterminata, triangolare nel caso della selce di Paceco, mediante un’accurata preparazione di blocchi o ciottoli di selce, appositamente scelti e preparati.

La tecnica levalloisiana, apparve alla fine del paleolitico inferiore e divenne assai diffusa e perfezionata nel paleolitico medio proprio grazie all’uomo di Neandertal.

Il problema principale con cui si è dovuto affrontare fra gli studiosi la collocazione temporale e l’attribuzione al Neandertal di questi attrezzi, ritrovati nelle campagne di Paceco, è che in ambito accademico, fino alla prima metà degli anni Sessanta, era diffusa l’opinione che l’uomo Sapiens e non il Neandertal fosse giunto in Sicilia, direttamente dalla Penisola, verso la fine dell’antica età della pietra, cioè circa dodicimila anni fa.

Dunque, fu facile far risalire al paleolitico inferiore ogni attrezzo lavorato con questa tecnica e attribuire così la scoperta all’Homo Sapiens e ad un suo probabile “ricordo” delle tecniche in uso nel periodo musteriano, piuttosto che all’Homo di Neandertal.

L’esplorazione della zona nordoccidentale della Sicilia, nei maggiori siti di interesse paleontologico, dalle isole Egadi a Termini Imerese, prese avvio nel 1859, con gli scavi di Henry Falconer e poi di Francesco Anca nel 1860, con quelli di Gaetano Giorgio Gemmellaro (1866), Guido Dalla Rosa (1870), Saverio Ciofalo (1876), Ferdinando von Adrian del 1878, di Giovanni Patiri del 1902, e quelli del professor Raymond Vaufrey del 1925, dove le conclusioni sul ritrovamento dei manufatti litici, sottoposti all’analisi dei più insigni accademici italiani e stranieri dell’epoca, furono che tutti i reperti erano attribuibili all’Homo Sapiens, vissuto nel paleolitico superiore, cioè in un periodo compreso tra i 36.000 e i 10.000 anni fa.

Seguirono a questi primi scavi, negli anni Trenta, le scoperte dei reperti di Paceco: a nord del centro abitato, lungo le sponde del torrente Baiata, tra Malummèri e Sciarotta, dove il professor Rosario Gervasi (1882-1957), rinvenne numerosi reperti, come strumenti in pietra, ossa, denti e corna di mammiferi, conchiglie di molluschi terrestri e marini, avanzi di pasto costituiti da sottili schegge di selce e quarzite lunghe e strette chiamate “lame”, appositamente ritoccate per ottenere raschiatoi e punte.

Il Professor Gervasi, rivisitando quei luoghi, rinvenne altro materiale insieme al dottor Carmelo Trasselli, direttore dell’Archivio di Stato e poi docente di Storia economica ali Università di Messina, che nel settembre del 1951 pubblicò un lungo articolo sulla scoperta, attirando così l’attenzione della paletnologia ufficiale.

Il risultato di tanto clamore fu che tre mesi dopo, il materiale recuperato venne messo a disposizione degli studiosi e fu consegnato al Museo “Pepoli” di Trapani, allora diretto da Carlo Messina, il quale si limitò a catalogare superficialmente i reperti, senza fare nessun riferimento alla cultura preistorica ed all’attribuzione degli stessi reperti; nonostante ciò ritenendo «di considerevole valore scientifico» il materiale rinvenuto, che constava di almeno sei pezzi, si impegnò a curarne l’esposizione in una mostra tematica, ma ahinoi questa promessa non è mai stata mantenuta.

A cura di Michele Di Marco

Autore dell'articolo: Redazione Evento