Dedalo e il suo mito: dal labirinto alla vetta di Erice

Il personaggio di Dedalo, nella mitologia greca, rappresenta ed incarna la figura del genio multiforme e creativo, propria della cultura e della civiltà greca, che hanno impiantato e plasmato per secoli le radici della scienza e lo sviluppo del sapere nel mondo occidentale.

Secondo la leggenda Dedalo nacque ad Atene, dove crebbe e studiò, divenendo ben presto un famoso architetto e scultore, universalmente noto per le sue statue, che scolpiva con tale e tanta naturalezza da farle apparire come vive. Era altresì noto per le sue doti di inventore e costruttore di architetture complesse come i labirinti, infatti, il suo stesso nome Dedalo è divenuto sinonimo di labirinto.

Come è noto il labirinto rappresenta per sua stessa concezione una sfida della ragione, nel contempo indica per metafora una situazione problematica senza un’apparente via di uscita. Ora le pagine immortali della mitologia greca, scritte in questo caso da Diodoro Siculo, narrano che Dedalo ebbe un giovane discepolo, Talo, figlio della sorella, il quale inventò diverse macchine e strumenti come il trapano e la sega, divenendo con ciò tanto famoso da far sfigurare il genio del maestro, così
Dedalo, rosso dall’invidia, decise di ucciderlo.

Venne scoperto, accusato dell’omicidio del nipote e costretto ad una rapida fuga che lo condusse prima nell’Attica e poi a Creta, dove, divenendo un personale amico del re Minosse, poté finalmente fare sfoggio del suo genio e delle sue qualità di grande architetto. A Creta vi era l’usanza di sacrificare annualmente al dio Poseidone il toro più labirintobello del regno, ma quando Minosse vide che il toro più bello era appena nato, colto da compassione decise di risparmiarlo per sacrificarne un altro, Poseidone offeso per questo oltraggio si volle vendicare facendo innamorare Parsifae, la moglie di Minosse, del bellissimo toro che il re aveva risparmiato.

Col passare del tempo Parsifae, perdutamente innamorata del toro, non si dava pace per non poterlo amare, così Dedalo, vedendo la donna avvinta dal desiderio, intervenne costruendo una statua vuota con la forgia di una vacca che rivestì di pelle bovina, in questo modo Parsifae entrata nella statua poté accoppiarsi con il toro. Da questa unione bestiale nacque un orribile mostro, in parte toro ed in parte uomo, ossia il mitico Minotauro.

Scoperta la malefatta Minosse, in preda alla collera ed incapace di trovare una soluzione al problema, non uccise Dedalo, né lo scaccio da Creta, ma sfruttando la sua abilità gli ordinò di costruire un labirinto dove rinchiudere il Minotauro. Nel labirinto, che Dedalo costruì a Cnosso, il Minotauro era nascosto agli occhi del popolo e veniva tenuto in vita con un ricorrente sacrificio umano. A questa barbarie volle porre fine il mitico Teseo, che venne a Creta con il proposito di uccidere la mostruosa creatura.

Il problema dell’ingresso al labirinto e della sua fuoriuscita, si pose a Teseo come un enigma inesplicabile, quindi intervenne Dedalo che suggerì alla figlia di Minosse Arianna, che si era innamorata di Teseo, di dare a questi un gomitolo di lana che avrebbe dovuto dipanare per ritrovare con il suo filo la via d’uscita dal labirinto. L’intervento di Dedalo, senza il quale Teseo non avrebbe potuto compiere la missione, fu scoperto da Minosse, che adirato decise di ucciderlo, così Dedalo fu costretto nuovamente alla fuga insieme al figlio Icaro. Il racconto mitologico vuole che i due, non potendo salpare dall’isola con una nave, perché tutte controllate dai soldati cretesi, restarono nascosti con l’aiuto di Parsifae, fino a quando Dedalo completò la costruzione di due paia di ali di cera e penne con cui poter spiccare il volo.

Nel prosieguo della vicenda Icaro, volato per incoscienza troppo in alto vicino al sole, finì con lo sciogliere la colla che teneva unita la cera delle ali ai suoi òmeri, così precipitando in mare morì sul colpo, mentre Dedalo, volando radente sulla superficie del mare, riuscì a raggiungere sano e salvo la Sicilia. Qui Dedalo raggiunse il regno del re sicano Cocalo, figlio del ciclope Briareo, in una località sita nella Provincia di Agrigento, anche se alcuni studiosi l’hanno identificata nel territorio di Alcamo. Il re di Creta Minosse, informato della presenza di Dedalo in Sicilidedaloa, iniziò la sua ricerca presso le terre di Cocalo e per trovarlo si servì di uno stratagemma: promise, infatti, un lauto premio a chiunque fosse riuscito a far passare un filo attraverso le spirali di una conchiglia con il guscio a chiocciola.

Lo stesso Cocalo, incuriosito dalla cosa, giacché colpito dall’ingegno di Dedalo, chiese a questi di risolvere l’ardita prova, quindi Dedalo applicando il suo acume legò il filo ad una formica, che spinta all’interno della spirale riuscì ad attraversare fino in fondo il guscio della conchiglia, riuscendo così nell’impresa. Quando Cocalo fece portare la conchiglia a Minosse, questi intuì subito che Dedalo doveva essere vicino, inviò perciò degli ambasciatori alla corte di Cocalo, affinché questi restituisse il fuggitivo.

Cocalo, invitò Minosse in persona presso di sé e dopo aver fatto la promessa della consegna del nemico, lo invitò nella sua casa, dove vi erano degli splendidi bagni, lavorati dallo stesso Dedalo, quindi Cocalo propose a Minosse di fare intanto un bagno caldo e ristoratore.

Fu allora che, mentre Minosse completamente rilassato veniva servito, secondo il costume dei tempi, dalle stesse figlie di Cocalo, queste lo affogarono nell’acqua. Cocalo restituì poi il corpo di Minosse ai soldati cretesi, dicendo loro che il re era morto scivolando accidentalmente nell’acqua calda. I soldati, allora, prima di ritornare in patria, decisero di tumulare in Sicilia il loro re, scegliendo il luogo a quel tempo considerato il più alto e sacro di tutta l’Isola, seppellendo quindi il loro re ad Erice. Una leggenda vuole che i cretesi innalzarono sulla tomba di Minosse le fondamenta di un tempio in onore alla dea Venere/Afrodite. Secondo diversi studiosi, il tempio sarebbe stato appunto quello della dea ericina, la Venere, sotto il cui tempio si ritroverebbe perciò la sepoltura di Minosse.

Nel corso della sua vita in Sicilia Dedalo lasciò grandi e mirabili opere: ad Agrigento, sul fiume Camico, per il re Cocalo, costruì una città arroccata su una montagna, la cui sommità era così stretta, contorta ed inaccessibile, che poteva essere agevolmente difesa da pochi uomini.

La città su cui il re Cocalo volle trasferirsi, divenne, pertanto, la più forte ed inespugnabile città dell’intera Sicilia, e venne identificata con S.Angelo di Muxaro, vicino Agrigento. Sempre nel territorio agrigentino, allora Megaride, costruì la Colimbetra, un grande bacino, passando per il quale un grosso fiume, l’Alabone, terminava il suo corso in mare. Costruì poi una grotta artificiale presso Selinunte, probabilmente sul monte San Calogero, e sfruttando il calore sulfureo delle acque svaporanti di quei fumi, diede origine alle Terme di Sciacca; queste acque termali, presenti da almeno duemila anni, facevano lentamente sudare chi vi entrava ed apportavano perciò guarigioni prodigiose.

Dedalo si recò poi ad erice2Erice e qui, dove a quel tempo sorgeva una rupe troppo alta e scoscesa, la cui presenza impediva la costruzione di un tempio dedicato alla dea Venere, se non intorno a pericolosi precipizi, Dedalo in persona tirò un possente muro con il quale colmò tutto il vuoto intorno al campo sacro, su cui si sarebbe poi impiantato il tempio per il culto della dea ericina.

La leggenda vuole che terminata l’immane opera muraria, Dedalo fece dono alla Venere ericina di un ariete d’oro da lui stesso forgiato. Il mito di Dedalo, l’uomo che per primo realizzò il sogno del volo, costituisce ancor oggi un emblema della lotta della ragione e dell’ordine, contro la follia ed il caos, rimane perciò, per trasposizione, un simbolo del progresso della scienza e della civiltà contro la vuota insipienza e l’assurda barbarie.

Forse proprio per questo la figura di Dedalo dovrebbe poter rappresentare, in questo preciso momento storico, un faro di luce con cui potere guardare alle cose nuove.

A cura di Michele Di Marco

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Autore dell'articolo: Redazione