La leggenda dei delitti dell’Aironera

La leggenda dei delitti dell’Aironera di Castelvetrano è nota ed ampiamente diffusa nella tradizione letteraria siciliana ed in particolare nella nostra cultura folcloristica, che da sempre si tramanda oralmente da generazione in generazione con l’usanza di inserire nelle storie di paese delle leggende o, come vengono definite, dei “cunti”, riguardanti figure leggendarie della fantasia popolare, come nel caso di Mammadrau ed il pirata Dragut.

Questi tipici racconti curiosi ed impressionanti, che spesso si imprimono nella memoria di chi li ascolta, prendono spunto da fatti e personaggi realmente esistiti.

E’ questo il caso della leggenda della cosiddetta Arionera di Castelvetrano, la cui trama trae origine dalla storia biografica della duchessa Zenobia Gonzaga, figlia di Vittoria Doria e di Ferrante II, duca di Guastalla, e del consorte Giovanni III d’Aragona, duca di Castelvetrano.

La storia di queste due famiglie, emiliana quella di Zenobia, siciliana quella di Don Giovanni III, si intrecciano, com’era usanza tra i casati nobili del ‘600, per aumentare il prestigio della nobiltà e quindi stringere quelle strategiche alleanze che finivano per rafforzare il potere di queste sul territorio.

I rapporti tra i Gonzaga di Guastalla e gli Aragona Tagliavia Pignatelli di Castelvetrano furono favoriti dalla comunVe parentela con il casato dei Borromeo, in particolare, Camilla Borromeo, sposa di Cesare e madre di Ferrante II di Guastalla, era nonna di donna Zenobia.
Anna Borromeo poi, avendo sposato Fabrizio Colonna, era cugina di Giovanna Pignatelli e Colonna, moglie di Carlo II, principe di Castelvetrano, e madre dello stesso Giovanni III, già promesso sposo a donna Zenobia.

La natura e la storia del rapporto tra i nostri personaggi, fu del tutto particolare già dal principio; infatti, come riporta una cronaca settecentesca dello storico guastallese Ireneo Affò, le nozze di Zenobia Gonzaga e Giovanni III d’Aragona, si celebrarono per procura, a Guastalla, l’8 febbraio 1607.

Fu solo dopo delle rare e brevi visite di Don Giovanni a Guastalla, che donna Zenobia, nel maggio 1608, si decise a partire per raggiungere il duca a Castelvetrano.
La duchessa, avvezza alla lussuosa vita di palazzo fatta di lazzi e sollazzi, portò con sé un gran seguito di corte, costituito, si dice, da sedici gentiluomini, quattro staffieri, vetturini, mulattieri, cuochi, lettighieri, sei dame di compagnia e tre damigelle.

Nonostante questa nutrita schiera di figure e persone a lei gradite, si narra che i dieci anni che la duchessa trascorse a Castelvetrano non furono per nulla felici.
Si dice, infatti, che ella fosse profondamente incompresa dalla gente e non nutriva poi alcun dialogo, neppure con il personale di corte, con il quale in ogni caso non poteva confidarsi.

Oltretutto, i doveri di Don Giovanni, investito del titolo di alto dignitario del viceré di Sicilia, che lo vedevano spesso impegnato e fuori sede, e la sua spregiudicata passione per la caccia, in particolare per l’airone nero, da cui prende spunto la stessa leggenda di cui si dirà, facevano di Zenobia una moglie trascurata dal marito, una donna triste e sola.
La mancanza di figli, dovuta forse all’infertilità del marito, acuì poi la sua solitudine ed il senso di vuoto della sua esistenza.

La duchessa, per tutto ciò, era suo malgrado relegata ed inghiottita in un mondo di corte lontano a quello dei suoi ricordi di fanciulla, un mondo che per lei era divenuto ormai soltanto la scena vecchia di un teatro muto e sordo alle sue orecchie.

Il ritratto di donna Zenobia assume delle tinte ancora più fosche nelle lettere che ella scrisse al padre, dove comunicava tutta la sua desolazione e dalle quali pare che più volte chiese al marito di poter tornare nella dimora di Guastalla per trovare i suoi genitori, e forse proprio il suo diniego prolungato la gettò nella disperazione, fino a che le cronache dell’epoca riportano che ella morì di crepacuore a causa dei “mali trattamenti del marito”.

Di contro, le fonti locali dicono che Zenobia morì, il 3 febbraio 1618, al casale Bizìr, nei pressi di Mazara del Vallo, dove si trovava col duca consorte e tutta la sua corte, nel corso di una battuta di caccia.

Ora, questa la storia ed in particolare la biografia di Zenobia Gonzaga, ma come si diceva, nella tradizione dei “cunti” di paese, che spesso danno origine a leggende popolari, si ritrova spesso che personaggi dalla vita e dalle vicende peculiari, diventino i protagonisti di strani e bizzarri racconti dalle tinte noir.

Non a caso, le vicende della triste e solitaria permanenza di donna Zenobia a Castelvetrano, ampliate dall’insofferenza che ella provava per l’ambiente di corte e le vicissitudini avute in seguito al comportamento del duca, potrebbero aver dato vita e voce alla leggenda dell’Aironera.

Questa leggenda ha gli stessi protagonisti della storia su narrata, in particolare ha poi come teatro un luogo preciso, una tenuta di caccia che Don Giovanni d’Aragona teneva nel feudo della Favara, a poca distanza dal palazzo ducale, denominato dell’Airone, dove i prìncipi amavano soggiornare nel periodo estivo per dare la caccia all’airone nero.

In questa tenuta, di cui oggi rimane soltanto un povero rudere di campagna, la leggenda vuole che donna Zenobia per non annoiarsi organizzasse delle pompose feste, intrattenuta dalla piacevole compagnia di giovani vassalli e nobili locali e personaggi altolocati, il tutto all’oscuro del marito Giovanni d’Aragona, sempre in giro per affari di corte o per piacere personale.

La duchessa, che era ancora giovane e molto attraente, veniva corteggiata da molti di quei nobili giovani, che fra i locali avevano rara bellezza, così, la leggenda vuole che l’attrazione fisica spinse qualcuno di questi bei rampolli fra le braccia della duchessa, che a loro si concedeva senza indugi.

Ora supponendo che quanto accadeva nella tenuta si potesse scoprire e raccontare in paese, la duchessa decise di eliminare di colpo tutti i suoi amanti e per mettere in atto i suoi diabolici piani si servi di un fidato schiavo nero di enorme corporatura che ella teneva al suo servizio.

Così consumato l’amplesso, come una perfetta vedova nera, la duchessa uccideva i suoi amanti con una spada, quindi l’assassino nottetempo si occupava di fare scomparire i cadaveri portandoli fuori dalla tenuta; ma tutte queste misteriose sparizioni perpetrate negli anni, avevano destato dei terribili sospetti e dicerie sul conto della duchessa e della temuta tenuta dell’Airone.

Allora uno dei tanti giovani nobili che attratti dal fascino della duchessa la corteggiavano, anelando di possederla, venuto a conoscenza della realtà dei macabri fatti, decise di rischiare la vita accettando l’invito di Zenobia, quindi dopo aver consumato il rapporto con lei, conscio del triste epilogo che questo avrebbe avuto, invece di farsi ammazzare come i suoi sfortunati predecessori, si allontanò subito da lei, nascondendosi nel palazzo.

Poi preso un pugnale che aveva portato e nascosto in casa uccise di sorpresa lo schiavo che nel frattempo lo stava cercando, quindi scappò di corsa, per non tornare mai più in quella casa degli orrori.

A questo punto, la leggenda vuole che la notizia di tutte quelle malefatte si sparse in tutto il paese come un lampo, fino ad arrivare alle orecchie dello stesso Duca Giovanni, che tornato in tutta fretta al palazzo ducale, fece rientrare la duchessa dall’Aironera e per salvare l’onore la fece immediatamente uccidere, restituendole così di colpo l’altra faccia della stessa medaglia.

a cura di Michele Di Marco

Autore dell'articolo: Redazione Evento