Leggenda dei Giganti di Erice

La Sicilia è sempre stata un’isola che, per l’in­flusso radicale dei molti popoli che ivi abita­rono sin dagli albori dell’umanità, ha partorito una quantità considerevole di miti e leggende, intrecciati alla cultura ed alla storia stessa del­le sue genti. Così si è tramandata oralmente la saga delle leggende di perduti popoli di gi­ganti, i quali vissero in un lontano passato nei nostri territori, lungo la costa nord occidentale del litorale trapanese e presso le antiche ter­re elimo-ericine. Talvolta l’essenza di queste leggende, per lo più risalenti alla presenza ad Erice di una imponente cinta di mura cosid­dette “ciclopiche”, sono apparse solo come il rimaneggiamento folcloristico ad uso popolare di una lontana, ma pur presente, cultura me­galitica di origine non più ignota. Altre volte, nel corso dei secoli, la sostanza di questi miti e delle leggende riguardanti la presenza di gi­ganti nella nostra terra, è stato il prodotto di­sincantato di una letteratura storica. Si narra che nel lontano 1342, in una zona al confine tra gli attuali Comuni di Trapani ed Erice, nel sito di quella che oggi è comunemente nota come la Grotta del Gigante, a valle della Tor­re dei Quattro venti, nel territorio di Martogna, un gruppo di contadini, di ritorno dal lavo­ro sui campi vicini, si imbatterono per caso nell’enorme antro di una grotta fino ad allora sconosciuta e che questi spinti dalla curiosità, perlustrandone i penetrali, videro con immen­so stupore lo scheletro di un gigante assiso in una sorta di trono, con un enorme bastone che un braccio proteso in avanti teneva ma­estosamente in piedi. Il gruppo di contadini che per primi videro lo scheletro del gigante fuggirono di corsa dalla grotta e adunato un gruppo di trecento uomini nel villaggio, là ritor­narono, armati di torce, forconi ed una buona dose di coraggio. Quindi entrando nella grotta videro con i loro occhi ciò che i primi contadi­ni avevano raccontato, un gigante d’immensa mole che nella mano sinistra teneva in piedi un enorme bastone, che per le dimensioni pa­reva esser l’albero di una nave.la-leggenda-del-gigante-di-erice-eventi-trapani Allora uno de­gli uomini occorsi stese una mano e toccato il bastone questo si disintegrò all’istante polve­rizzandosi, lasciando con ciò apparire l’anima di piombo che celava al suo interno. Toccato poi lo scheletro del gigante, anche questi si disfece in una nuvola di polvere e del gigante non rimase che l’osso di una gamba e tre den­ti molari, da ciò si ricostruì poi la statura del gigante, che le cronache del tempo dissero di essere almeno di 20 cubiti, corrispondenti alla ragguardevole altezza di circa 10 metri. Avu­ta notizia del fatto, nel 1365 il poeta Giovanni Boccaccio scrisse di questa curiosa vicenda, nella sua “Genealogia deorum gentilium”. La posizione del Boccaccio, riguardo al misterio­so ritrovamento dello scheletro del gigante di cui narra nella sua opera, equivale alla sua personale convinzione che questi fosse nien­tedimeno che il ciclope Polifemo, di cui Omero parla nei celebri libri dell’“Odissea”. Questo fatto di per sé rappresenta un’importante testi­monianza storica che avvia ante litteram una tradizione ancora oggi molto in voga, secondo cui il testo dell’“Odissea” sarebbe stato scrit­to da una nobildonna trapanese, e che quindi molti dei luoghi dei viaggi dell’astuto Ulisse al­tri non sarebbero che la rivisitazione dei luoghi del nostro territorio trapanese, così come fu chiaro anche per lo scrittore inglese Samuel Butler, che pure visitò il sito della grotta del gigante di Martogna. La propensione degli eri­cini più appassionati in merito al ritrovamento dei resti del gigante di Martogna fu quella di credere che questi fossero i resti mortali del re Erix, figlio della dea Afrodite/Venere e dell’ar­gonauta Bute, il quale era noto, dalle crona­che di storia antica, per essere un vero gigan­te; Erix combatté e morì proprio ad Erice in un mitico duello con il semidio Ercole. Ad ogni modo, qualunque fosse la sua identità, e per dovere di cronaca c’è da dire che qualcuno invero a suo tempo parlò di resti di elefante, giammai di gigante, tutto quello che rimase di quello scheletro, cioè in particolare i tre mola­ri, fu custodito come un vero memento dagli ericini, i quali appesero i tre denti con un filo di ferro in una chiesa ai piedi di un crocifisso. Ciò almeno fino a quando quegli unici resti, si disse, furono presi da un misterioso predicato­re francescano, il quale sottraendoli agli ericini disse loro soltanto di volerli portare a Roma per mostrarli al sommo pontefice. Da allora nulla più si seppe dei resti del gigante, di cui pure a lungo tra Erice e Trapani si continuò a parlare, e nulla di tangibile rimase agli ericini e così ai loro posteri, se non la pura convinzione che in un passato remoto una vera stirpe di gi­ganti, lestrigoni, ciclopi o nephilim che fosse­ro, di certo dovette abitare questa nostra terra che affonda la sua storia più vera nel mito e nella leggenda.

a cura di Michele Di Marco

 

Autore dell'articolo: Redazione

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