La leggenda e la festa del crocifisso di Calatafimi

La leggenda e la festa del crocifisso di Calatafimi

Nella cittadina di Calatafimi, nel cuore dell’entroterra trapanese, ogni cinque anni, nei giorni che vanno dal 1al 3 di maggio, in un contesto tipicamente paesano dalle forti radici agricole e pastorali, si svolge per devozione una delle feste popolari più antiche d’Italia: la festa del Santissimo Crocifisso. I particolari festeggiamenti religiosi a carattere devozionale avvengono in onore del Cristo in croce, immagine iconica e cultuale a cui la cittadina di Calatafimi è fortemente legata, per via di un crocifisso ligneo di autore ignoto, a cui la tradizione attribuisce numerose guarigioni. Il grande etnologo e cultore delle tradizioni popolari siciliane Giuseppe Pitré, nei suoi scritti riporta come in origine la festa non si svolgesse per consuetudine ogni anno, ma ogni qualvolta vi fossero le risorse sufficienti per poterla organizzare. La festa fu dapprima decennale, fino al 1800 quando si stabilì che la ricorrenza fosse quinquennale, inizialmente i festeggiamenti si celebravano in giugno; quindi furono spostati a settembre e poi, come avviene ancora oggi, agli inizi di maggio.

Nel 1657, anno del primo miracolo, il crocifisso ligneo si trovava nella sagrestia della chiesa di Santa Caterina d’Alessandria e fu portato per la prima volta in processione con l’autorizzazione del vescovo di Mazara. La leggenda vuole che nella chiesa di Santa Caterina, tra il 23 e il 25 giugno 1657, un crocifisso ligneo nero operò vari prodigi, tutto ha inizio una mattina, quando un tal mastro Fontana trovò il Crocifisso caduto e istintivamente lo sollevò e lo rimise a posto. Il giorno dopo lo ritrovò di nuovo a terra con un braccio staccato e dopo avergli incollato il braccio, con un nastro azzurro detto zagarella, lo appese alla croce. Il giorno 23 di giugno del 1657, mastro Fontana si recò nuovamente nella chiesa di Santa Caterina in compagnia dell’infermo Francesco Saltaformaggio, vedendo che il Crocifisso era di nuovo a terra, chiese all’amico di aiutarlo e glielo diede in mano quando questi guarì immediatamente. Mastro Fontana allora portò a casa la zagarella azzurra, che la tradizione vuole operò un miracolo sulla moglie, la quale si dice fosse indemoniata. Ancora si racconta che nel novembre 1657, due ricchi borghesi, donarono quattro once e 35 tarì per l’altare e altre spese necessarie al culto, come richiesto dalla Curia Vescovile di Mazara. Nell’arco di cento anni il popolo ingrandì considerevolmente la chiesetta di Santa Caterina, dedicandola con un atto di devozione al SS Crocifisso.

Quindi il 19 dicembre 1657 i giurati, chiesero al Vescovo il permesso di condurre in processione il SS. Crocifisso per poi deporlo nella nuova cappella; da questa data ad oggi tutto il popolo di Calatafimi si è raggruppato e poi suddiviso in ceti e da allora ha sempre reso omaggio al suo Santissimo Protettore, per aver concesso loro l’abbondanza dei raccolti e la ricchezza del lavoro derivato da quella terra benedetta da Dio. I riti religiosi , come il dono del pane dato a tutti in abbondanza nel corso dell’omaggio del SS.Crocifisso, inizialmente fungeva nell’atto dell’offerta a portare un po’ di gioia e spensieratezza anche ai poveri almeno nei giorni di festa. Quello stesso pane offerto a tutti i partecipanti oggi è diventato il famoso “ Cucciddatu”. Il Crocifisso andò perduto il 25 settembre del 1887, quando, in occasione della festa della Madonna di Giubino, un incendio distrusse la cappella. Il Crocifisso fu subito sostituito e benedetto dall’allora Papa Leone XVII. Nel 1988, Padre Ingarra tolse i marmi alla base della croce, perché si diceva che fossero stati murati pezzetti del SS. Crocifisso bruciato, ed in effetti li trovò lì dove si credeva che fossero, così prese il pezzetto più grande che c’era e lo sistemò in una reliquiario d’argento che viene tutt’oggi portato in processione. Sempre il Pitré, nella descrizione di oltre un secolo fa della processione, citando documenti già datati, ci fa sapere che in origine erano protagonisti dei festeggiamenti patronali i fanciulli, i quali il primo giorno di festa recavano su dei vassoi i segni del martirio: i chiodi, la spugna, un calice, una patèna, un velo e la cintura .

A questo momento di ostensione, seguiva la processione dei vari ceti con i diversi prodotti agricoli frutto del raccolto benedetto. Il secondo giorno i devoti offrivano al Crocifisso delle grandi torce, ognuna delle quali accompagnata dal suono delle bande musicali intervenute per l’evento. La cosiddetta processione “reale”, non peraltro la più sontuosa, avveniva nel primo pomeriggio, e durante il suo svolgimento accadeva la curiosa pantomima con “l’armeggio di diavoli e altri spiriti maligni, tra cui la Morte stessa”. Quindi il terzo giorno iniziava con la “cavalcata”, che apriva con i grandi ceri di ogni “ceto”, cui seguiva un carro ricoperto di alloro , da spighe, trainato da buoi infiorati e infettucciati; da questo carro venivano gettate forme di pane e biscotti per tutti i devoti, tratto caratteristico che arricchisce con colorate note di folclore popolare questa importante festa religiosa della città di Calatafimi. La festa tradizionale, svoltasi l’ultima volta nel 2012, non avrà luogo quest’anno con i festeggiamenti in grande stile rimandati al 2018.

a cura di Michele Di Marco

Autore dell'articolo: Redazione Evento

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