La Leggendaria Grotta del Pozzo a Favignana

L’isola di Favignana, “la farfalla sul mare”, come la definì poeticamente il pittore Salvatore Fiume, ha avuto nel corso dei secoli molti nomi: Egusa, Aegusa per i latini, dal greco Aigousa, cioè “che ha capre”, data la loro abbondanza sull’isola, era poi anche conosciuta con altri nomi come Aponiana, Katria, Gilia, ed è stata ricordata da numerosi scrittori, tra cui Plinio, Polibio, Nepoziano, l’anonimo Ravennate. Mentre era conosciuta dai geografi arabi con il nome Djazirat ‘ar Rahib, «isola del monaco» o «del romito», in quanto sull’isola si erge un castello di epoca normanna, il cosiddetto Castello di Santa Caterina, dove si dice che avrebbe vissuto in epoca tarda per l’appunto un monaco. Favignana, com’è noto, trae il suo nome odierno dal vento di Favonio, lo Zefiro, un vento caldo che soffiando da ponente rende il suo clima particolarmente mite, anche durante il lungo ed afoso periodo estivo.

L’isola a forma di farfalla, con le sue ali spiegate sul mare, occupa una posizione strategica nel cuore del Mediterraneo, dato per cui è sempre stata al centro di grandi eventi storici, come la famosa Battaglia delle Egadi, nel 241 a. C., a conclusione della Prima guerra punica, nonché di diverse leggende e accadimenti mitologici. Nel libro IX dell’Odissea, ad esempio, Omero fa approdare qui l’astuto Ulisse, nell’isola allora conosciuta come isola delle capre (Aegades). Senza entrare nell’ormai nota disputa sulla paternità del Poema ad opera di una principessa trapanese, nella tesi del Butler, vi è subito da dire che la descrizione delle caratteristiche naturali dell’isola è tale da apparir fin troppo chiara la somiglianza di quei luoghi con l’attuale isola di Favignana.

Tra i molti abitatori dell’isola, tralasciando alle origini i Feaci, un popolo di marinai e i Lestrìgoni, agricoltori venuti dall’Epiro via mare, i quali contribuirono alla costruzione del mito dei ciclopi in Sicilia. Si deve fare sicura menzione dei Fenici, i quali nell’VIII secolo a C. stabilirono a Favignana un importante insediamento nel lato nord-orientale dell’isola, nei pressi di Cala S. Nicola, lasciando evidenti tracce di un importante insediamento costituito principalmente da grotte usate per abitazione e per scopi funerari. Tornando per un attimo ai miti ed alle leggende, le cronache ed i testi classici narrano che, proprio durante questo periodo storico, Ercole Tebano stesse fondando nella valle del Lilibeo la città di Mozia, nell’omonima isola, nel cuore della Riserva dello Stagnone, dove lasciò una colonia Fenicia, che poi progredì civilizzandosi sempre più, fino a divenire uno dei più importanti avamposti ed emporio nel Mediterraneo. A tal proposito, si pensa che questi Fenici presero dimora anche a Favignana, da loro chiamata Katria.

Tra i resti dei vari insediamenti, in località Calazza, nella parte Nord-Est dell’isola, sono affiorate dagli scavi due tombe d’età tardo-ellenistica, contenenti due scheletri e una lucerna d’argilla ed ancora un’intera necropoli ellenistica a loculi rettangolari è stata individuata presso la Cala San Nicola. Per quanto concerne il periodo fenicio-punico a Favignana, vi è da menzionare senz’altro la cosiddetta Grotta del Pozzo, sita all’interno dell’area archeologica di San Nicola, scoperta nel 1968. La grotta si trova quasi sotto l’attuale cimitero e prende il nome da un pozzo di fattura recente, posto all’ingresso della cavità, che testimonia la presenza sull’isola di sorgenti d’acqua dolce nel sottosuolo. Nel sito della grotta, adiacente al pozzo, è stato posizionato in passato un elemento lapideo di forma parallelepipeda e cavo, in funzione di lavatoio.

La grotta è accessibile attraverso un ampio passaggio detto “dromos”, un corridoio con gradini che porta ad un primo ambiente, l’accesso al sito della grotta è stato nel tempo manomesso, giacché risulta che la grotta sia stata utilizzata nei secoli successivi, da navigatori alla ricerca di un luogo sicuro dove poter sostare. Nonostante ciò, restano ancora visibili lateralmente i gradini che lo costituivano; risulta interessante oltre a ciò osservare come il porto oggi chiamato di San Nicola, fosse utilizzato sin dall’epoca punica, a cui risalirebbe la Grotta stessa, dato che lega inequivocabilmente la presenza fenicia al sito archeologico in questione. Ma l’interesse principale verso il sito della grotta del pozzo, di natura sicuramente archeologica, nasce dalla presenza al suo interno di un’iscrizione neopunica del II-I secolo a.C. composta di due righe di tre parole, incisa fortemente sulla parete d’ingresso, la quale spiega il suo utilizzo più importante e la sua funzione fondamentale.

Questa iscrizione, secondo lo studioso Benedetto Rocco, sarebbe databile, tra il IV ed il I secolo a.C. a causa della forma grafica delle lettere, concisa e rudimentale, e l’insieme delle sei parole nel suo contenuto viene tradotto con “Roccia, accesso, podio: SHT, figlio di ‘El“. L’iscrizione, sicuramente commemorativa, da cui si evince un argomento funerario, lascia intendere, in una sua interpretazione filologica, che la grotta sia stata sistemata a santuario, contenente un altare o un podio, da una persona che portava il nome di SHT, figlio, di un certo ‘El.

Oltre a questa importante iscrizione, che testimonia la funzione cultuale ed insieme funeraria del sito, dentro la Grotta del Pozzo si possono osservare fino a dieci iscrizioni fenicie, incise sulle pareti, oltre ad altre varie raffigurazioni, incise in profondità sulle pareti o sul soffitto, ciò lascia intendere che la Grotta del Pozzo fu usata come luogo di culto da genti che usavano la lingua fenicia come lingua liturgica per le loro funzioni.

Un altro elemento caratteristico, di importanza archeologica del sito, insieme alle iscrizioni, si trova sul piano superiore, dove fu tracciata posteriormente una croce, segno evidente di una riutilizzazione della grotta da parte dei cristiani. La Grotta, finalmente riaperta al pubblico, si potrà visitare tutti i giorni, già dal 1° giugno fino al 30 settembre, dalle 15:00 alle 19:00, grazie alle due guide che assicureranno giornalmente l’accoglienza e la sua fruizione.

A CURA DI MICHELE DI MARCO

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Autore dell'articolo: Redazione Evento