Leggendari spadaccini Trapanesi

Salvatore e Athos di San Malato, leggendari spadaccini trapanesi

Durante gli anni che vanno dalla seconda metà dell’Ottocento alla prima metà del Novecento, nella città di Trapani, si affermarono con forza, irrompendo come attori di teatro nella scena internazionale, due personaggi che hanno portato alla ribalta, anche per fatti di cronaca, la storia della disciplina schermistica.

Queste vere leggende della scherma, entrambi maestri della “toccata” e signori del singolar tenzone, tali Salvatore di San Malato, al secolo “Turillo flagello di Dio”, e Athos di San Malato, il figlio del primo, conosciuto come “castigo di Dio”, furono degli aristocratici rivoluzionari trapanesi e come accennato su spadaccini di fama mondiale.

Salvatore di San Malato, barone d’Infersa, nacque a Palermo nell’aprile del 1838 dal cavaliere don Sebastiano e da Margherita Maniscalco, Turillo era il nipote del negoziante trapanese don Salvatore Malato, questi fu il primo esportatore del corallo, della cenere di soda e quant’altro nei principali porti del Mediterraneo, fino ad aprire il suo commercio all’Atlantico tra la fine del ‘700 e il primo ventennio dell’800.

Salvatore di San Malato, detto Turillo, di carattere sanguigno e temperamento focoso, visse in pieno l’epoca della belle époque, impegnando buona parte della sua vita nello studio e nella pratica della scherma, manifestò sin da subito le sue doti di schermitore, incrociando le migliori lame d’Europa. Per meglio comprendere il personaggio, basti ricordare qualche aneddoto di vita, come un duello avvenuto a Parigi nel maggio 1881, che fece scalpore in Francia ed in Italia.

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Don Turillo sfidò in duello Pons, un famoso schermitore francese, in quell’occasione il Barone di San Malato fu toccato dallo stesso Pons, ma egli, spavaldo com’era, per dimostrare al pubblico che in quel duello era stato semplicemente graffiato, il giorno dopo per difendere l’onore volle di nuovo tirare in pubblico.

E ancora nell’ottobre 1885, quando, tornato in Italia, Turillo ebbe una questione con Enrico Casella, un famoso spadaccino napoletano, che si voleva risolvere con un bel duello, ma che si concluse, dopo lunghe trattative sulle condizioni del duello stesso e svariati articoli di giornale, con un nulla di fatto, anche per il sopraggiungere dei carabinieri nel luogo prestabilito, sito nei pressi del lago d’Averno.

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Ora, il punto in questione mette in luce come questi duelli d’altri tempi, erano sì ben concordati fin nella definizione dei loro pur minimi dettagli, come il materiale dei guanti o l’imbottitura dei polsini, ciò per stabilire la lealtà e la parità di condizioni tra le parti, cosa che rispondeva ad un antico codice cavalleresco al quale i Nostri si rifacevano, ma nello stesso tempo la realtà riguardante questi scontri tra abili spadaccini, è che erano assolutamente proibiti dalla legge.

Ragion per cui il barone Turillo di San Malato era solito risolvere, nella sua Trapani, tali particolari questioni d’onore fuori la cinta muraria della città, meglio ancora se nelle sperdute distese delle saline, delle quali era signore assoluto, così da evitare eventuali intromissioni da parte della polizia borbonica. Già perché quelli erano tempi duri per briganti e duellanti, ed il barone di San Malato, viste le sue continue turbolenze, diede non pochi pensieri agli uomini del regime borbonica, uomini che poi  combatté con valore al fianco di Nino Bixio e del generale Giuseppe Garibaldi nel corso della nota spedizione dei mille.

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Ma Turillo di San Malato, oltre che uomo d’onore e di spada, era anche un genio di quest’arte della scherma, a comprova di ciò basti dire che proprio a Salvatore di San Malato si deve l’apertura a Trapani della prima sala d’armi, che sorse prima in un appartamento sito nella piazza del Teatro cittadino, oggi piazza Scarlatti, poi trasferitasi in via San Francesco d’Assisi e successivamente nella via Nunzio Nasi. Fu proprio in queste accademie che si formò nell’arte del fioretto e della scherma, tra gli altri, il figlio di Turillo, chiamato dal padre Athos, in onore al più forte dei famosi moschettieri di Francia.

Athos di San Malato, nacque nel 1868 e seguendo le orme del padre, suo maestro e mentore, lo superò ben presto nell’arte della scherma, divenendo a seguito di numerosi scontri avvenuti un po’ in tutto il mondo con i più famosi schermidori dell’epoca, il campione mondiale di questa disciplina.

Solo per citare gli avvenimenti più importanti, il barone Athos di San Malato, noto come “il castigo di Dio”, si batté e vinse a Napoli nel 1893 con lo spadaccino Filippo Salvati, e vinse pure a Madrid nel 1895 il celebre Felix Lyon e ancora nel 1900 a Parigi batté in duello il grande Louis Damotte, stupendo con ciò i più attenti ambienti della sciabola transalpina; infine va ricordato l’epico scontro vinto in duello a Buenos Aires contro il capitano Rodriguez, il campione di spada argentino.

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Si deve dire poi che Athos di San Malato fu un vero sportivo e teorico dell’arte della scherma, tanto che superò nella pratica la cosiddetta tecnica francese, e inventò un nuovo tipo di impugnatura per la sciabola detta “ortopedica” o “anatomica” ad oggi regolrmente adottata, e ancora fu l’ideatore di una difficile ma efficacissima tecnica schermistica, detta della “centralizzazione dell’arma al braccio”.

Molte di queste geniali innovazioni nel campo della scherma furono descritte, nel suo noto libro “la partita d’onore e le sue leggi”, un classico del settore tutt’oggi studiato, che vide la stampa nel 1913, di cui se ne conserva una preziosa copia nella Biblioteca Fardelliana di Trapani. Da questa notevole opera si può tra l’altro leggere, in vero e puro stile sportivo, come: “il concetto generale dell’arte schermistica sia stato sempre e deve essere tuttora quello di stabilire la possibilità dell’azione, cioè dell’offesa, in condizioni di garanzia assoluta”.

 a cura di Michele Di Marco

Autore dell'articolo: Redazione

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