Leggende, credi e riti dei marinai e pescatori trapanesi

Le leggende, i riti e le credenze sul mare raccontate dall’esperienza di navigazione dei vecchi pescatori e dei marinai, appaiono spesso alla considerazione di chi ne viene a conoscenza come un sapere arcaico ed ermetico, costituito essenzialmente da un insieme di racconti fantasiosi che sembrano non avere un contatto con la realtà. Questo complesso di saperi, che ha radici profonde e lontane nel tempo, rappresenta effettivamente un patrimonio quasi esclusivo della gente di mare, che nella propria esperienza di vita e nel proprio rapporto con il mare ha elaborato una chiave di lettura pseudomagica a tutta una serie di fenomeni naturali, vissuti come qualcosa che ha segnato la vita e che continua a segnare il destino di chi va per mare. L’insieme delle credenze, dei riti e degli scongiuri di tali funesti eventi, vissuti in fondo come qualcosa di “familiare”, viene tramandando dai marinai e dai naviganti quasi in segreto, di generazione in generazione. In questo senso, le leggende narrate della gente di mare assumono spesso, nell’interpretazione fenomenologica degli eventi che in sé vogliono spiegare e comprendere, un significato di pura credenza popolare ed una dimensione apotropaica volta a scongiurare ed esorcizzare religiosamente la malaventura. Innumerevoli, a questo proposito, sono le leggende, le credenze e le superstizioni dei marinai: come quella, secondo cui, la causa di improvvise tempeste in mare, sarebbe da attribuirsi alla morte di un grande uomo, o di un qualche malevolo criminale. Il filosofo greco Plutarco, che studiò e approfondì la tematica, dando conferma di questa antica credenza, attribuiva l’origine delle tempeste marine ad uno squilibrio nell’aria, prodotto dalla scomparsa dell’anima di un grande uomo, che per sua natura sarebbe stata più vicina e conforme all’elemento aereo e pneumatico. Anche per gli scongiuri di gravi pericoli occorsi in mare si fa risalire l’origine dei riti dei marinai e dei pescatori ad ancestrali credenze, che costituiscono il cuore pulsante di antiche pratiche rituali, in parte ancora in uso nell’odierna marineria, quali l’offerta al mare di oggetti preziosi e gioielli, o quella più curiosa della capigliatura di un marinaio per placare nel momento del pericolo l’ira di un dio; per converso esiste un divieto per marinai e pescatori di tagliarsi i capelli a bordo in presenza di bel tempo, giacché questo gesto viene considerato di cattivo auspicio. Anche gettare in mare dell’olio aveva in passato un significato mistico e simbolico, rappresentando in sé il sacrificio di un bene prezioso al fine di placare lo spirito del mare e le sue onde, così da farle divenire per l’appunto lisce e calme come l’olio. Molteplici sono le credenze legate alle tempeste e ad altri fenomeni naturali a cui la gente di mare ha dato una propria interpretazione, tra questi le più note e diffuse annoverano le trombe d’aria e gli uragani. A questo riguardo, le credenze popolari vogliono che sia possibile da parte dell’uomo di mare esorcizzare uragani di terra e trombe marine. Il Dragone, da cui in siciliano “draunara”, così viene anche chiamata la tromba marina, viene quasi sempre vista come l’opera maligna di un demone o di una qualche strega. Un’antica usanza, frutto di un’altrettanta antica superstizione arrivata fin ad oggi, prevedeva nella sua ritualità “religiosa”di tagliare la tromba marina con un coltello. Poiché si credeva, infatti, che le trombe marine fossero di certo opera del diavolo, il comandante della nave, era in uso recitare con un coltellaccio in mano, il cosiddetto “padrenostro verde”, consistente in una sequela di indicibili bestemmie, atte ad ingraziarsi il demone maligno autore della tromba marina. Solo in seguito, secondo l’usanza, quando il “dragone” si sarebbe calmato, il comandante avrebbe potuto recitare il padrenostro cristiano, come insulto e sberleffo al demone maligno. Queste credenze ed i riti che ne conseguono, come dicevamo, hanno origini lontane che si perdono nella notte dei tempi e si trovano per lo più diffuse in tutte le regioni del mondo. Secondo una leggenda Cristoforo Colombo dissolse nell’aria una tromba marina, tracciando nel cielo con la sua spada una croce ed un cerchio e recitava nel contempo un passo del Vangelo. In Italia, in particolare, le antiche leggende sono storicamente legate a tutta una serie di credenze popolari che riguardano l’esistenza di spiriti e demoni che animerebbero gli uragani e le trombe marine, contro cui sono necessari scongiuri e benedizioni. Gli scongiuri contro le trombe marine sono molteplici, a Trapani per tagliare la “draunara”, un marinaio rivolgendo lo sguardo verso la coda della tromba, toltosi la magnusa, un cappello cerato, recita una preghiera che dice: Luniri santu / Martiri santu / Mercuri santu/ Ioviri santu/ Vennari santu/ Sabbatu santu/ Duminica di Pasqua/ sta cuda a mari casca/ e pi lu nomu di Maria/ sta cuda tagghiata sia. Pronunciate queste parole il marinaio fa tre tagli orizzontali con la mano, come a voler tagliare la coda della tromba marina, che a questo punto si solleva al cielo e scompare, lasciando il mare tranquillo e senza un alito di vento. E’ noto in questo ambito di saperi tramandati oralmente e con una certa fede religiosa, che tutte le formule magiche di scongiuro, così come la facoltà di renderle efficaci, si acquisiscono la notte di Natale. Sempre a Trapani, nel momento successivo al canto del Te Deum, quando viene scoperto il Bambinello, i vecchi marinai sono soliti insegnare ai più giovani queste orazioni, mentre gli anziani pescatori, con gesto simbolico e di scongiuro, immergono le mani nell’acquasantiera, nella speranza di non perire in naufragio. Per acquisire il potere esorcizzante di queste orazioni e scongiuri, bisogna seguire un rito preciso: il candidato deve prepararsi mettendo in bocca una fogliolina d’ulivo che deve masticare fino alla mezzanotte, e che inghiottirà poco prima di aver appreso l’orazione. Vi è l’usanza per chi insegna le orazioni di recitarle una volta sola, e se la persona che deve impararle non riesce ad apprenderle, bisogna che attenda l’anno successivo.

a cura di Michele Di Marco

Autore dell'articolo: Redazione

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