Leggende e racconti sulle streghe di Trapani

Il tema in esame può lasciare perplesso il lettore e di certo può far sorridere i più risoluti razionalisti il fatto che al giorno d’oggi si parli di streghe, fattucchiere e quant’altro attiene ad un mondo occulto e lontano, che pare essere relegato al regno del cinema horror o a quello del racconto fantasy, dove tutto è possibile e credibile, finché non si legge la parola fine sui titoli di coda o sull’ultima pagina di un buon libro.

Benché ciò sia vero per l’uomo comune, mediamente istruito ed in grado di valutare razionalmente un fatto o una storia, spesso frutto di racconti o leggende popolari tramandate oralmente, il territorio trapanese contiene in sé delle sacche, ancora vive e pulsanti, fatte di credenze e superstizioni dure a morire, che hanno tutto il sapore di un oscuro medioevo trascorso da secoli.


Ecco allora come certe credenze sulla magia ed alcune storie su oscuri personaggi, che hanno trovato in Sicilia e nel territorio trapanese un terreno fertile su cui attecchire, radicandosi nella memoria e nel tempo, possano a tutt’oggi sopravvivere e mettere i brividi a chi ha avuto la ventura di addentrarsi anche solo per caso in questo arcano mondo magico fatto di simboli, riti e scongiuri.

Lo studio delle tradizioni popolari in Sicilia trovò nella persona di Giuseppe Pitrè, classe 1841, il suo padre più illustre, egli come uomo del popolo, scavando nella profonda cultura siciliana contadina e marinara, avviò una ricerca sistematica del folclore, che raccolse nell’opera: Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano, e nella più vasta “Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane”, editi nel 1870-71.

Pitré collaborò poi con Salvatore Salomone Marino, un medico folclorista, con il quale fondò nel 1880 la più importante rivista di studi sul folclore dell’epoca, l’Archivio per lo studio delle tradizioni popolari, che diresse fino al 1906.

L’Archivio costituisce una vera enciclopedia del folclore, che affronta tutti i temi inerenti la demologia: ossia lo studio delle tradizioni e dei costumi popolari. Tra i numerosi eruditi del tempo, l’autore che diede maggiore risalto e impulso allo studio delle tradizioni popolari della Provincia di Trapani, fu senz’altro il Professor Carlo Simiani, questi offrì alla collettività un repertorio monografico riguardante in particolare il folclore marinaro trapanese.

Nell’Archivio, infatti, sono stati raccolti dal Simiani gli usi, i costumi, le leggende, le superstizioni, gli scongiuri ed alcune novelle della nostra cultura marinara. Simiani si sofferma nella descrizione delle streghe, conosciute a Trapani con nomi diversi: animulari, draunari e più bonariamente come “madri”.

 Di queste oscure figure viene fornito una sorta di identikit, dove i tratti comuni che le contraddistinguono sono la mostruosa bruttezza, l’avanzata età, ma a volte anche l’accattivante aspetto di maliarde, ed ancora un dettaglio degli occhi, molto piccoli e dalla pupilla ovale, un po’ come quella dei serpenti o dei gatti, non a caso entrambi animali vicini alla simbologia del mondo occulto delle streghe della tradizione medievale.

Le “animulari” nell’immaginario collettivo sono donne sposate che hanno donato l’anima al diavolo, sono malvagie e attraverso la divinazione e la cartomanzia possono predire il futuro, si dice che la notte si radunino in luoghi isolati e solitari, dove col favore delle tenebre propiziano dei riti malefici, congiurando contro coloro cui vogliono il male.

Nei racconti popolari si narra che le “animulari” dopo aver pronunciato tre parole magiche ed essersi unte di un empiastro che le renderebbe invisibili, riescano ad uscire di casa passando attraverso le fessure delle porte o dallo stesso buco della serratura. Pare che Trapani sia una città dove non sarebbe difficile incontrare una di queste moderne streghe, nei pressi dei porti, tra la gente di mare.

Perciò si dice che passeggiando nelle strette vie del centro storico, tra i cortili chiusi, dove da sempre abitano le famiglie dei marinai le si possa intravedere e riconoscere, intente a fare la calza o a rattoppare qualche vecchia rete sdrucita dei pescatori, sedute in circolo a confabulare, camuffate tra chiassose e pettegole comari. La tradizione popolare vuole poi che anche una fanciulla pura e innocente possa trasformarsi in un’animulara, se così ella vuole per cagionare a questa un male con la morte del suo innamorato, si dice, infatti, che un loro bacio provochi la morte.

A questo proposito i racconti popolari riportano che le “animulari” abbiano la capacità di viaggiare con lo spirito uscendo fuori dal proprio corpo, per poi materializzarsi all’istante in luoghi lontani dalla propria dimora, ciò in accordo con quanto si dice delle cosiddette “donne di fuora” della Provincia di Palermo.

Così, in una leggenda si narra che una fanciulla, divenuta “animulara” e promessa sposa ad un marinaio partito per un lungo viaggio, nell’ardente desiderio di rivederlo uscì di casa e si presentò in carne ed ossa al suo cospetto su una barca in alto mare, l’uomo inizialmente incredulo da quella inattesa apparizione, passato un primo momento di sbigottimento abbracciò la donna e quando la passione tra i due bruciò nel desiderio di un bacio, il marinaio sfiorate le labbra della fanciulla cadde di colpo in un sonno mortale.

Un altro elemento che svela l’identità di un “animulara” è il gelo che queste provano di ritorno dai loro viaggi astrali, si dice che cerchino subito il calore del letto nuziale e quello del loro uomo, che a fatica riesce a restituir loro il calore corporeo, giacché le loro membra rattrappite appaiono rigide come il marmo e gelide come il ghiaccio. Altre figure di streghe operanti sciagure nell’immaginario popolare marinaro e contadino sono le “draunari”, la cui persona è immediatamente associata all’omonima draunara, con cui a Trapani si indica la tromba d’aria marina. Pare che queste siano donne vecchie e brutte, a tratti mostruose, dalle labbra oblunghe e cadenti, un pò come i loro capelli, che sono lunghi e arruffati.streghe_sicilia_occultismo_misticismo_riti_magici

 Le “draunare” sono streghe maligne e distruttrici, si narra che corrano come ossesse per terra e per mare lasciando al loro passaggio solo morte e distruzione, si narra poi che attraverso le loro formule magiche possano provocare tempeste e vortici marini, per questo sono molto temute tra i marinai, che non a caso conoscono e recitano un’orazione, con la quale, facendo infine il segno della croce, sarebbero in grado di tagliare con questo gesto le trombe d’aria.

Le voci del popolo dicono che le “draunari” si radunino nei pressi del monte Cofano, dove la notte sarebbe possibile ritrovarle strette in un circolo danzante, tenute per mano, a formare una ruota infernale; si dice poi che una di loro, solitamente quella che resta in mezzo al cerchio magico sia disposta ad accogliere ed iniziare al sabba altre donne comuni, rivelando in quell’occasione i loro oscuri segreti.

Vi sono poi le più temibili “madri”, il cui nome suscita ambiguamente un’amorevole senso di compassione, ma che in realtà è sinonimo di tremende fattucchiere, anch’esse sordide e vecchie, sarebbero in grado di predire il futuro e di aver rivelate notizie di persone lontane interrogando con formule magiche certi scogli, che come sfingi al contrario risponderebbero alle loro domande.

 Le loro armi, celate dentro sacchetti di panno rosso, sarebbero fantocci di cencio dalle sembianze umane, su cui appunterebbero con dei riti di stregoneria degli spilli di varie forme e misure, allo scopo di sortire, attraverso una “fattura”, dolori e sofferenze nelle loro vittime. Queste pratiche magiche, simili al vudù africano praticato ad Haiti, rifacendosi alla cosiddetta magia “simpatica”, secondo cui vige una relazione analogica tra l’uomo ed il fantoccio, fatto a sua immagine e somiglianza, riuscirebbero a causare svariate sofferenze.

Si racconta che in genere rendano buoni servigi solo alle mogli tradite, che vendicherebbero, ed alle donne innamorate, per cui farebbero il male degli uomini che non corrispondono il loro amore. Le loro case sono orribili stamberghe zeppe di cianfrusaglie, che le gelose “madri” nasconderebbero dentro i loro materassi o nei posti più insoliti.

A tal proposito si dice che se lo spillo sia appuntato sul cuore, la vittima soffrirà tormenti d’amore,  nella testa, la persona è destinata alla follia, quando poi un chiodo intriso di sangue si trova appuntato sul petto del fantoccio si dice che questo segnerà la morte certa della persona.

Michele Di Marco

Autore dell'articolo: Redazione Evento

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