Mothia, La terra dei Fenici

A pochi chilometri dal centro di Marsala, nel cuore della Riserva naturale regionale “Isole dello“Stagnone”, sorge l’Isola di Mothia, vero e proprio tesoro della storia “a cielo aperto”, una miniera archeologica ricca di reperti e
testimonianze di un passato glorioso che ha visto questa piccolo isolotto assurgere alle vesti del più importante avamposto militare e coloniale dell’antico popolo dei Fenici in Sicilia. E’ noto, come attesta Tucidide, quanto le basse e torbide acque dello Stagnone di Marsala, la laguna più estesa della Sicilia che va da Capo Lilibeo alla contrada San Teodoro, siano infide ed insicure alla navigazione. Proprio per tale ragione gli antichi Fenici utilizzavano imbarcazioni piccole, leggere e
veloci, del cui fatto si può avere un’eccezionale testimonianza a Marsala, presso il Museo Archeologico Baglio Anselmi. Già questa considerazione fa di Mozia un’isola difficilmente accessibile per chi non conosca i fondali della laguna che la circonda ed i suoi canali d’ingresso. Un luogo misterioso e pericoloso, dunque, che nasconde delle insidie tra gli invisibili percorsi della
secca, navigabile solo per i più profondi conoscitori di queste acque, come dire: un luogo metaforicamente chiuso, riservato ai
soli iniziati, ai suoi antichi abitanti e custodi, i Fenici.mothia-4.jpeg Il mondo fenicio è stato anticamente
legato ad un altro mondo affascinante ed altrettanto misterioso: quello egizio, vi sono,
infatti, testimonianze che provano come i rapporti tra l’Egitto e il mondo siriaco-palestinese siano di antichissima data. Le intense relazioni e gli scambi commerciali tra l’antico Egitto e la Fenicia sono riscontrabili, soprattutto, nella produzione artistica, nella quale si evidenziano frequenti motivi iconografici ed antiche simbologie religiose di indiscutibile origine egizia. Un‘antica leggenda, abbastanza nota soprattutto nel
nostro territorio, narra che il re Erice fosse riuscito a rubare i buoi al semidio Ercole, mothia-4.jpeggiunto nella Sicilia occidentale, dopo un
lungo peregrinare durante il quale andò compiendo le famose sette fatiche, Erice nascose la mandria di bovi in un antro oscuro, Ercole dopo lunghe ricerche riuscì a ritrovare i suoi tori grazie alle indicazioni di una splendida fanciulla di nome Mozia. Ercole, così mosso da gratitudine, fondò una città che recava per nome proprio quello della giovane donna: Mozia. I tori ritrovati, di colore rosso, erano gli stessi appartenuti prima a Gerione, che Ercole, secondo il racconto di Seneca, condusse con sé dalle terre d‘Occidente a quelle d‘Oriente. Il rosso Dei tori del racconto leggendario è lo stesso evidenziato anche dal nome del popolo dei fenici: phoeinix significa, infatti, “rosso porpora”.mothia-4.jpeg Il nome della fanciulla che aiuta Ercole a ritrovare la mandria di tori, in lingua fenicia, significa poi “filanda”, un nome ed un termine che sembra rievocare per analogia il mito di Arianna, e che fa tornare alla memoria quel prezioso “filo” che la stesa Arianna donò a Teseo per orientarsi ed uscire dal mitico labirinto del Minotauro. Proprio nel Museo Whitaker, sito nell‘isola di Mozia, si può vedere un gran numero di reperti raffiguranti dei tori; ma non è alla leggenda di cui sopra si narra che si deve la ragione di ciò, ma ad un altro elemento caratterizzante il forte legame tra fenici ed egizi: stiamo parlando, infatti, del bue, nonché il sacro Apis, a cui la religione degli antichi Egizi era particolarmente devota. Plutarco, infatti, nel suo libro “De Iside et Osiride” scrive che: “A Menfi, poi, viene allevato e custodito il bue Apis che è l‘immagine dell‘anima di Osiride, e si suppone che anche il suo corpo si trovi li;Casa_dei_mosaici-mothia.jpeg il nome della città significherebbe (proprio) «tomba di Osiride»”. Plutarco scrive poi che: “Apis è l‘immagine vivente di Osiride e la sua nascita avviene quando dalla luna cade un raggio di luce fecondante che va a colpire una mucca in calore. E‘ per questo che Apis, col suo mantello misto di chiaro, di grigio e di nero, somiglia molto ai vari aspetti della luna … così la potenza di Osiride viene collegata alla luna: a lui poi si unisce Iside … gli egiziani chiamano quindi la luna «Madre del Cosmo», e le attribuiscono una natura androgina …”. A Mozia è poi presente il misterioso simbolo della dea Tanit, la divinità “madre” dei Fenici. L’emblema della Dea, nella sua accezione più generale, è costituito da un triangolo equilatero ed un cerchio, tra le due figure geometriche è presente un tratto orizzontale. In altri passi del suo libro Plutarco asserisce che “Iside viene spesso chiamata col nome di Atena, perché esso significa qualcosa come «venni da me stessa», allude quindi a un moto spontaneo”, e proprio Atena era l’antico nome con cui i pitagorici chiamavano anche il trinagolo equilatero. Atena corrufagena, cioè: “nata dal vertice” e trito genia, cioè: “nata dalla triade”, poiché il triangolo viene suddiviso esattamente in parti uguali dalle tre perpendicolare condotte da ciascuno dei tre angoli, erano i termini con cui i pitagorici si riferivano a questa particolare forma geometrica.mothia-isola.jpeg Quanto riportato sembra stabilire uno stretto legame tra la dea Iside e Tanit per mezzo del nostro triangolo equilatero. Iside è poi il principio femminile della Natura, quello cioè che accoglie nel suo seno i germi vitali dell’intero universo. Parlando del triangolo, siamo arrivati a parlare della simbologia della Dea Madre, a questo punto vale la pena chiedersi se questo antico simbolo di fertilità sia del tutto scomparso, o se resti qualche traccia celata ancora oggi sotto gli occhi di tutti noi. Proprio la Regione Sicilia ha adottato un simbolo altrimenti conosciuto come «Trinacria », lo stesso Omero, infatti, nella sua Odissea, chiama la Sicilia «Thrinakie », che deriva da «thrinax», cioè: dalle tre punte. Anche in quest’ultimo caso abbiamo dunque ancora una volta un triangolo equilatero con un volto femminile tondeggiante ed alato posto nella sua porzione centrale ed ornato da spighe di grano che simboleggiano la fertilità della terra. mothia-4.jpegCosì ancora una volta scopriamo come spesso la storia si fondi nel mito e come le stesse leggende ed i racconti mitologici il più delle volte siano una struttura letteraria sovratemporale che ha preso spunto dalla realtà storica dell’epoca in cui è nata, codificata quindi secondo lo spirito del tempo degli antichi, di cui a volte, come nel caso dell’emblema della Trinacria, se ne conserva fino ad i giorni nostri la potenza espressiva e la forza ancestrale del simbolo.

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