Storia e leggenda del mostro di Campobello

La mattina del 10 febbraio 1968 il misterioso ritrovamento dello scheletro di una mostruosa creatura marina di enormi dimensioni sulla spiaggia di Tre Fontane, risvegliò la tranquilla cittadina di Campobello di Mazara dalla sua quotidianità, proiettandola in un caotico vortice di voci di genti in preda allo stupore ed alla paura. Lo scheletro della creatura venne ritrovato da un certo Silvestro Messina, il quale riferì in seguito di avere inizialmente intravisto soltanto uno strano oggetto fuoriuscire dalla sabbia, l’uomo incuriosito cominciò a scavare e ben presto si trovò davanti ad una serie di grandi ossa scomposte, tra cui numerose vertebre ed un cranio dalla forma sconosciuta. La vicenda del ritrovamento di Campobello incuriosì la stampa ed il fatto divenne oggetto di animate discussioni sulla natura della misteriosa creatura, un giornale dell’epoca, “Tribuna Illustrata”, dedicò un lungo articolo sull’argomento e la foto dello scheletro del mostro campeggiava in copertina. Ad infittire il mistero sul ritrovamento della strana creatura si fece avanti la storia di un pescatore del luogo, il quale raccontò di aver avvistato in mare, un mese prima del ritrovamento del mostro, una specie di “lucertolone con piccole pinne pettorali al posto delle zampe”, con una testa simile a quella di un vitello, solo più schiacciata e dotata di una “piccola proboscide rigida”, lungo circa otto metri, di un verde più chiaro sui fianchi e biancastro sul ventre, con chiazze grigie sul dorso, la creatura avvistata presentava poi una coda che terminava a punta. La ricostruzione delle parti dello scheletro rinvenuto in spiaggia, intanto, restituiva agli occhi increduli dei presenti una creatura lunga sette metri, anche se le parti mancanti fecero supporre che il mostro potesse superare i nove metri. Numerose furono le descrizioni dell’animale, tra cui quella di un enorme rettile marino, come riportato da Umberto Cordier nella sua “Guida ai draghi e mostri in Italia” (Cordier 1986, pp.152-153), mentre nel volume “Mostri dei mari” di Giancarlo Costa e Maurizio Mosca, viene ventilata l’ipotesi che l’animale potesse essere un coccodrillo, anche se nella didascalia della foto viene dato più peso alla teoria di un cetaceo sconosciuto. A propendere per quest’ultima versione fu l’autore di un articolo pubblicato nella rivista scientifica “Focus” del 2001 (pag. 92), dove si avanzò l’ipotesi che la creatura marina ritrovata fosse in realtà una pseudorca o un globicefalo. A fare maggiore chiarezza sulla spinosa vicenda arriva l’intuizione di uno studioso, il quale esaminando i resti ossei dell’animale si accorse che il cranio nella ricostruzione completa dello scheletro era probabilmente stato posto sottosopra, ciò significava poter definire la vera natura della mostruosa creatura, giacché in questa nuova luce il cranio dell’animale appariva essere quello di uno zifio. Lo zifio (Ziphius cavirostris) è un mammifero dell’ordine dei cetacei che non supera i nove metri, le cui caratteristiche principali sono il corpo snello e oblungo ed un muso lungo e stretto, lo zifio viene detto, per le sue dimensioni e per la caratteristica del muso, “balena rostrata”. Un altro nome comunemente dato per indicare questa specie è quello di “balena dal becco d’oca”, per la forma della testa, simile appunto al becco di un’oca. In effetti la forma del cranio della pseudorca e quella del globicefalo sono di molto differenti a quella della creatura osservata, inoltre entrambe le specie, pseudorca e globicefalo, hanno numerosi denti, mentre salta all’occhio che sulla mandibola del cosiddetto “mostro” di Campobello ci sono solo due alveoli dentari, posizionati esattamente sulla punta del rostro, la qual cosa è, come suddetto, una caratteristica peculiare dello zifio. Nonostante tutte le spiegazioni di carattere scientifico sulla vera identità della creatura ritrovata sulla spiaggia di Tre Fontane sembrerebbero ridimensionare l’entità della notizia della scoperta di un vero mostro, il mistero dell’avvistamento del Messina di una creatura mostruosa in mare, di circa un mese anteriore al ritrovamento dello scheletro dello zifio, porta a considerare l’ipotesi di una reale creatura marina, dalle fattezze mostruose vissuta o tuttora vivente nelle acque che bagnano le coste di Campobello. Del resto il Mediterraneo è sempre stato il teatro di misteriosi avvistamenti di creature mostruose e favolose, dalle ancestrali figure delle sirene e del mostro di Scilla di memoria omerica, agli avvistamenti di calamari giganti riportate dai racconti dei pescatori, o di enormi serpenti marini, simili ai lacustri carborosauri, avvistati a largo delle coste siciliane, tutto ciò lascia quindi essere il Mediterraneo una fonte di ricerca inestimabile per i criptozoologi e per la branca della taratologia in genere. In fondo ciò che si intende per mostro in senso stretto, nella fantasia popolare e nell’immaginario collettivo, è solo ciò che non si conosce, ciò che ha dimensioni fuori dal comune e che appare per l’appunto mostruoso agli occhi di chi in esso si imbatte, ma ancor più vero è che spesso la realtà dei fatti supera di molto la fantasia delle congetture, basti a tutti pensare al caso del celacanto: un pesce preistorico che si riteneva estinto da oltre 65 milioni di anni e che nel 1938, con immenso stupore, fu ritrovato vivo e vegeto al largo della costa della Tanzania.

Di Marco Michele

Autore dell'articolo: Redazione

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